lunedì 11 luglio 2011

Employer Branding e Social Recruiting. Come le aziende usano Facebook

Come si fa ad aprire una pagina (Employer Page) su Facebook e cosa posso fare per costruire una community di persone interessate a conoscere e ad interagire con l’azienda?
Questa è sicuramente una delle principali domande che molte aziende si pongono nel momento in cui decidono di aprire un profilo pubblico su Facebook. Ovviamente non come realtà “corporate” e cioè come aziende che produce un dato prodotto o servizio ma come realtà “employer” e cioè come azienda che è interessata a far conoscere il proprio ambiente di lavoro o, usando il linguaggio tipico dell’employer branding, la propria EVP (Employer Value Proposition) o Employer Identity allo scopo di attrarre i migliori candidati.
Lo scopo di una Employer Page su Facebook per promuovere il proprio employer brand non deve necessariamente essere quello di trovare candidati da assumere e quindi rispondere solo ad un fabbisogno emergente di risorse da inserire. Ma, al contrario, deve costituire un mezzo attraverso il quale costruire un sistema di relazioni con persone che possano, riconoscendo il valore dell’azienda come “employer”, diventare a loro volta promotori o “ambasciatori” del brand aziendale in rete.
L’Employer Page su Facebook permette, infatti, di spingere un meccanismo “virale” grazie alla semplice iscrizione come fan dei soggetti interessati. Tale iscrizione viene automaticamente segnalata nel flusso delle attività di ciascun membro, visibile agli amici della propria rete.
Questo meccanismo permette, quindi, di incentivare il passaparola e la diffusione dei contenuti pubblicati all’interno della Pagina.
Al gestore e cioè all’azienda “employer” titolare della pagina non rimane altro che creare contenuti di qualità in grado di intrattenere e far discutere di sé nel social web (buzz marketing).
Per far questo è evidente che bisogna sapere gestire bene la propria pagina e non solo attraverso i soli contenuti ma usando al meglio le potenzialità offerte da Facebook.
Ad esempio è possibile promuovere ulteriormente la propria pagina verso target specifici presenti su Facebook acquistando spazi pubblicitari. I risultati possono essere sorprendenti in quanto Facebook consente di segmentare il mercato degli utenti in maniera molto articolata e precisa.
E’ sempre comunque consigliabile promuovere sempre la propria Employer Page su Facebook e non direttamente il sito web dove eventualmente sono presenti contenuti anche riferiti ad una specifica campagna d comunicazione employer o di recruiting.
Per i membri di Facebook le pagine e, in questo caso, le Employer Pages sono l’equivalente di un sito web all’interno del social network.

Negli USA l’uso di Facebook ed, in generale, dei social media nelle politiche di recruiting è molto più diffuso.
Home Depot, una delle maggiori realtà americane specializzata nella distribuzione di materiale per bricolage e non solo, iniziò ad usare Facebook con il preciso scopo di coinvolgere di più persone di sesso femminile tradizionalmente considerato un target difficile da coinvolgere.
L’obiettivo era cambiare la percezione attualmente esistente di una realtà solo per maschi.
In brevissimo tempo l’azienda riuscì a conseguire risultati eccezionali, sfruttando proprio le potenzialità offerte da Facebook nel segmentare il mercato.
Una volta individuato il segmento specifico (donne) venne avviata contestualmente una campagna di recruiting e nel giro di soli 3 mesi l’azienda ha ricevuto più di 100candidature di soggetti di sesso femminile e perfettamente in linea con il profilo ricercato.
Oltre alla possibilità di segmentare il mercato e di sviluppare campagne di comunicazione mirate, Facebook offre altre potenzialità che permettono di aumentare l’intrattenimento e l’interattività con i propri membri o fan.
Si tratta di applicazioni volte principalmente a stabire una relazione con i propri fan sul piano ludico e giocoso rendendo più efficace la possibilità di engagement delle persone coinvolte.
Un esempio è ancora fornito da Home Depot che ha sviluppato nella propria Employer Page ben 5 games (Game Central) per il solo scopo di intrattenimento.
Sono giochi che mettono in evidenza le caratteristiche di alcune delle attività svolte dal personale in azienda per mostrare che non sono lavori banali ma importanti ed allo stesso tempo anche divertenti.

Ma il gioco può anche costituire un modo per simulare ambienti di lavoro o per valutare capacità dei soggetti coinvolti su situazioni che virtualmente riproducono momenti reali della vita aziendale.
Un esempio è fornito da Mariott Hotel, una delle più grandi catene alberghiere al mondo. L’Employer Page dell’azienda mostra un interessante game, My Mariott Hotel.
L’obiettivo del game è quello di avvicinare all’azienda principalmente soggetti appartenenti alla cosiddetta generazione Y (18-26 anni) considerando il fatto che questi ultimi non sono tradizionalmente attratti da un settore quale quello alberghiero.
Una strategia sicuramente ambiziosa che mira a modificare il posizionamento esistente di un intero settore ed, allo stesso tempo, permette all’azienda di assumere un ruolo da pioniere in questo cambiamento di percezione aumentando il proprio attracting nei confronti del proprio target.
Il gioco riproduce una cucina che è uno degli ambienti che più caratterizza il settore dell’ospitalità. I giocatori sono quindi chiamati a gestire la cucina di un hotel con tutte le criticità che questo comporta. Dovranno scegliere i fornitori per acquistare gli ingredienti, gestire gli ordini, coordinare il personale.
All’inizio sembra che l’attività da svolgere sia particolarmente semplice e senza particolari problemi gestionali. Tuttavia quando cominciano ad arrivare più clienti, ad aumentare le ordinazioni, proprio come succede nella vita reale, è richiesto sempre più rigore e disciplina nello svolgimento delle mansioni. Quindi una maggiore attenzione alla qualità dei piatti serviti, una maggiore capacità di gestire eventuali conflitti che possono sorgere con il cuoco, etc. In altre parole si vengono a verificare tutte quelle situazioni che si possono manifestare realmente in una cucina e che inevitabilmente aumentano la pressione e la tensione sul lavoro.
Il game della Mariott oltre ad essere un valido strumento di recruiting è anche un esempio di come una Employer Page possa integrarsi con l'Employment Web Site dell'azienda. Interessante infatti l’invito “Do It For Real” presente in alto a destra sulla pagina del game che stimola i giocatori a candidarsi realmente per posizioni lavorative simili a quelle che hanno appena sperimentato virtualmente.
In termini di risultati prodotti, il My Mariott Hotel ha portato oltre 10.000 fan in più ed in poco più di 3 settimane dal suo lancio.

Anche Reckitt Benckiser, aziende inglese leader nel settore dei beni di largo consumo, ha recentemente lanciato su Facebook un game chiamato poweRBrands. La finalità è sempre quella di coinvolgere di più il proprio target cercando di riprodurre una situazione molto vicina alla realtà allo scopo di rafforzare il rapporto interattivo (engagement) con i giocatori-fan ed, allo stesso, tempo valutarne le loro attitudini e capacità (assessment) per poi eventualmente individuare i migliori (recruiting).
Il game è stato sviluppato principalmente per gli studenti interessati alla funzione marketing ed ai lavori collegati a tale funzione.
Con poweRBrands, attualmente disponibile in inglese, tedesco, italiano e portoghese, i giocatori sono chiamati a prendere decisioni su cosa fare se dovesse diffondersi una malattia in grado di provocare un innalzamento improvviso della domanda di Clearisil (uno dei prodotti forniti dall’azienda) e contestualmente si è a corto di personale. Oppure permette ai giocatori di proporre proprie idee per supportare il Sales Vice President nello sviluppo del piano vendite annuale.
Anche in questo caso nella pagina Facebook dove il game è sviluppato sono presenti collegamenti con il web site dell’azienda, il blog, i video su YouTube e la pagina Twitter.
Ai giocatori viene chiesto anche di invitare al gioco i propri amici il che rende virale la diffusione del game rafforzando la brand awareness dell’azienda.
Uno dei principali risultati è stato infatti l’avere constatato la scarsa conoscenza del brand corporate nonostante la forte popolarità dei singoli prodotti forniti dall’azienda.

Nel prossimo articolo vedremo alcuni esempi di come le aziende usano Twitter per le proprie politiche di recruiting e quali strumenti e/o applicazioni è possibile usare allo scopo.

mercoledì 27 aprile 2011

Employer branding. La comunicazione è sempre più virtuale.

Web site e social media sono ormai canali imprescindibile per trovare lavoro e per comunicare l’employer brand.


Tra i Recent Graduates (laureati senza esperienza lavorativa), Young Professionals (con almeno 3 anni di esperienza lavorativa) e Senior Professionals (con più di 3 anni di esperienza lavorativa), la rete personale o meglio le conoscenze dirette sono in assoluto il canale più efficace per trovare lavoro. E’ uno dei risultati dell’indagine EBPS 2010 arrivata alla sua terza edizione.
Il dato in se non sorprende molto in quanto ratifica ulteriormente una tendenza già ampiamente confermata da altri studi. Ma credo trovi una maggiore amplificazione nello sviluppo incessante dei social network ed in particolare di LinkedIn. Quest’ultimo infatti è lo strumento più utilizzato da professionisti che vogliano sviluppare una proprio rete di contatti principalmente per ragioni professionali e quindi per individuare potenziali partner con cui condividere nuove attività o progetti oppure semplicemente per cercare nuove opportunità di lavoro qualificate.
Quindi se è vero che per cercare lavoro si tende a far leva di più sulle proprie amicizie e sulle proprie conoscenze è vero anche che questa tendenza abbia ricevuto una maggiore accelerazione grazie anche alle potenzialità di interazione e di connessione con altri soggetti offerte dai social network. Ad esempio un soggetto che abbia pubblicato un profilo su LinkedIn sa che più dettagliato e aggiornato è il suo profilo e maggiore sarà la possibilità che possa essere visto e quindi attrarre l’attenzione di altri soggetti in rete che incuriositi potrebbero chiedere di stabilire una connessione.
Ma non solo LinkedIn, ad esempio, offre anche la possibilità a tutti gli individui di andare a curiosare nei profili dei soggetti con i quali si ha una connessione cosiddetta di secondo livello e cioè facenti parte della rete dei contatti delle persone collegate a lui. In questo modo è molto più facile individuare persone con le quali si aspira a stabilire una connessione e ciò è reso possibile chiedendo ai propri contatti diretti di intermediare affinché si possa stabilire una connessione diretta con questi soggetti.
Il meccanismo usato si chiama “forwarding” e ciò si manifesta appunto quando il soggetto A è connesso con il soggetto B ma vorrebbe stabilire una connessione con il soggetto C a suo volta connesso solo con il soggetto B. Per fare questo A chiede al soggetto B di presentarlo al soggetto C e se quest’ultimo lo vorrà si potrà stabilire una connessione diretta tra A e C.
Un’altra opportunità che LinkedIn offre è il cosiddetto “endorsement” e cioè la possibilità di arricchire il proprio profilo professionale con alcune testimonianze rilasciate da persone con le quali, ad esempio, si sono condivise esperienze professionali in passato o tutt’ora in corso e che per questo motivo sono in grado di esprimere un opinione o un giudizio su quella persone. E’ evidente che quanto più autorevole è la persone dalla quale si ottiene l’endorsement tanto più efficace sarà il riconoscimento avuto. Questo rafforzerà sicuramente il proprio profilo agli occhi dei terzi.
Questi sono solo alcune delle potenzialità offerte dai social network per creare ed alimentare la propria rete di contatti e per sviluppare la propria strategia di personal branding.
Le aziende che vogliano essere presenti in questi luoghi virtuali hanno una grande opportunità di promuovere il proprio employer brand e non solo mediante la semplice pubblicazione del profilo aziendale ma soprattutto attraverso i profili dei propri dipendenti che in questo caso assumono il ruolo di veri e propri “ambasciatori del brand”. Un ruolo che può essere estremamente utile se si vuole fare un efficace recruiting sfruttando l’azione di networking dei propri dipendenti fino ad arrivare a sviluppare azioni mirate di employee referral in rete.

Altro aspetto interessante rilevato dall’indagine EBPS 2010 è la tendenza dei Job Seekers a modificare, soprattutto negli ultimi 2 anni (2009-2010), il modo in cui interagiscono con i nuovi strumenti di comunicazione presenti nel social web.
Questo aspetto è stato analizzato attraverso una segmentazione dei job seekers in base all’uso delle nuove tecnologie offerte dal web. Grazie a questa segmentazione è stato possibile individuare categorie di individui accomunati da un medesimo comportamento.
Troviamo, quindi, i cosiddetti “creators” e cioè persone che hanno la tendenza a creare proprie pagine web o veri e propri siti oppure aprono blog mantenendoli vivi postando news, commenti con una certa frequenza. Poi ci sono i “critics” che invece preferiscono di più farsi coinvolgere dalle community già esistenti sul web esprimendo opinioni su blogs, dando propri pareri o voti nei rating on line. I “collectors” hanno, invece, l’abitudine a usare gli RSS associati ai siti web di informazione. Questi individui amano essere aggiornati in tempo reale sulle ultime news o novità che la rete è in grado di fornire e quindi scaricano sul proprio pc programmi che consentono questo tipo di aggiornamenti (es. RSS) oppure tendono a taggare informazioni, foto o pagine web per darne maggiore rilevanza e diffusione in rete (es. uso degli hashtag su Twitter).
I “joiners” identificano, invece, tutti coloro che amano particolarmente i social network e tendono a stare, per la maggior parte del loro tempo, su Facebook, LinkedIn mossi, prevalentemente, da una forte propensione alla condivisione e alla interazione.
Trai i meno attivi troviamo, invece, gli “spectators” tendenzialmente meno propensi ad interagire ma molto curiosi e aperti alle novità delle rete. Questi si limitano, quindi, a leggere, ad ascoltare podcasts oppure a guardare video.
Infine gli “inactives” individuano un limitato gruppo di persone completamente inattivo e distante da queste forme di comunicazione.
Lo studio EBPS ha cercato, quindi, di analizzare i cambiamenti che si sono manifestati, negli ultimi 2 anni, in questi raggruppamenti incrociandoli sempre con i macro segmenti individuati dall’indagine (Recent Graduates, Young e Senior Professionals).
L’aspetto più importante da evidenziare è che tra il 2009 ed il 2010 sono diminuiti i “creators”, soprattutto tra i Recent Graduates, mentre sono aumentati “joiners”, “spectators” e “collectors”.
In altre parole sembrerebbe che i job seekers siano sempre di più stimolati ad interagire attraverso i social network ma non solo tenderebbero anche a stare di più in rete per aggiornarsi leggendo articoli e news, ascoltando di più musica o notiziari on line o guardando qualsiasi cosa sia possibile oggi vedere in rete.
Ma vogliono anche dare maggiore diffusione alle proprie idee e commenti usando aggregatori, taggando foto o testi, usando tutti quegli espedienti che la rete oggi offre per rendere più virale la propria testimonianza e la propria voglia di essere protagonisti.
Questo cambiamento ha sicuramente ridimensionato il ruolo dei blogs quali principali luoghi di condivisione e di scambio di idee, spostando la conversazione più sui social network. La tendenza sembra, infatti, quella di non abbandonare completamente il proprio blog continuando, quindi, a scrivere ma diffondendo il link del proprio post oppure riscrivendo lo stesso commento anche sui social network perché gli stessi riescono a garantire maggiore interattività e maggiore diffusione di ciò che viene espresso.

martedì 5 aprile 2011

Employer branding. Quali sono le aziende preferite dai Job Seekers italiani?

Quali sono le aziende nelle quali si preferisce andare a lavorare? Dall’indagine EBPS 2010 abbiamo estrapolato solo le Top 10 indicate dall’intero campione indagato (10.729 job seekers) ma abbiamo voluto confrontarle anche con le Top 10 preferite dai tre segmenti sopra descritti per valutarne le differenze. Il grafico sotto indica non solo le 10 migliori posizioni (4 su 10 sono italiane), ma confronta tali posizioni con quelle conquistate l’anno precedente. Da notare come Ferrero, che nel 2009 era seconda, nel 2010 abbia raggiunto il podio qualificandosi come la Best Employer Of Choice 2010, sale di una posizione anche Coca-Cola HBC Italia, di due posizioni Apple (dalla 9° alla 7° posizione) e BMW (dalla 10° all’8° posizione). Impennata invece verso l’alto per Google che dalla 7° posizione del 2009 conquista nel 2010 la 2° posizione insieme a Barilla. Ma il risultato più sorprendente è per Unilever che nel 2010 riesce a guadagnare ben 6 posizioni passando dalla 15° alla 9° posizione. Discesa, anche se lieve, per Barilla che perde una posizione cedendo il podio a Ferrero. Continua la discesa di Ferrari che dal 3° posto nel 2009 passa al 4°posto nel 2010 (nel 2008 era addirittura al primo posto). Perde infine una posizione Giorgio Armani attestandosi al 10° posto.

Sul segmento dei Recent Grdauates (grafico sotto), è ancora Ferrero a conservare la prima posizione. Seguono Barilla e Ferrari con posizioni stabili rispetto al 2009. In generale sono la maggior parte delle aziende ha conquistato posizioni più elevate rispetto al 2009. Coca-Cola HBC Italia, Mondadori, Poste Italiane, Heineken ne sono un esempio ma le aziende che hanno scalato maggiormente il ranking sono: ENI che passa dal 9° posto nel 2009 al 5° posto nel 2010, Apple dal 15° al 5° posto nel 2010, Google dal 14° al 7°, Unicredit dal 16° al 10° ma la maggior performance l’hanno avuta Ikea che passa dal 19° all’8° posto e Unilever che addirittura passa dal 21° posto nel 2009 all’8° posto nel 2010.


Sugli Young Professionals (grafico sotto) ancora Ferrero sul podio. Cresce Google, L’Oreal, Coca-Cola HBC Italia, ENI, P&G, Heineken. Volata per Gucci che passa dal 19° al 10° e ancora una volta Unilever che passa dal 16°nel 2009 al 6° posto nel 2010. Discesa per Barilla e ancora una volta per Ferrari che perde ben 5 posizioni.


Sui Senior Managers (grafico sotto) sempre Ferrero sul podio guadagnando una posizione rispetto al 2009. Poi Coca–Cola HBC Italia, Google, Apple, BMW e Unilever che ancora una volta si distingue per la migliore performance passando dal 18° posto al 10° ed entrando anche in questo ranking di diritto tra le Top 10 Employer Of Choice. Perdono posizioni Ferrari, ENI, Giorgio Armani e Barilla che perde ben 4 posizioni.


DATI DI BASE DELL’INDAGINE EBPS


I dati riportati in questo articolo scaturisco da un’indagine condotta nei mesi di Dicembre 2010-Gennaio 2011 denominata EBPS (Employer Brand Positioning Survey). Lo studio, promosso da Monster Italia in collaborazione con Anthea Consulting, è stato condotto mediante la somministrazione di un questionario online che ha coinvolto 10.729 job seekers di cui il 50,3% maschio e 49,7% femmina. Il 38,6% del campione viene da Nord-Ovest, il 17,6% da Nord-Est, il 21% dal Centro Italia e il 22,9% dal Sud e Isole.Inoltre sono 1.462 i soggetti neolaureati senza esperienza lavorativa e con età media di 25 anni (Recent Graduates), 1.835 soggetti con esperienza lavorativa di almeno tre anni ed età media di 30 anni (Young Professionals) e 7.432 soggetti con esperienza lavorativa oltre i tre anni ed età media di 40 anni (Senior Professionals). Infine sono state 207 le aziende inserite nel questionario.


L’OSSERVATORIO EMPLOYER BRANDNIG E L’INDAGINE EBPS


L’Osservatorio Employer Branding (OEB) è uno strumento promosso da Monster Italia e Anthea Consulting con l'obiettivo di sviluppare attività di studio sui cambiamenti avvenuti nel mercato del lavoro ed, in particolare, negli atteggiamenti e opinioni dei potenziali candidati. L’Osservatorio mira anche a monitorare il posizionamento degli employer brands.EBPS è lo strumento di analisi quantitativa di cui l’Osservatorio Employer Branding si avvale per rilevare opinioni, aspettative e atteggiamenti di tre segmenti critici del mercato del lavoro differenziati in base all’esperienza lavorativa acquisita ed all’età: Recent Graduates, Young Professionals e Senior Professionals. Maggiori informazioni su www.osservatorioemployerbranding.it



lunedì 24 gennaio 2011

Dall'employer branding al personal branding: la trappola del social web ovvero i rischi da evitare quando si usa la rete per il proprio personal brand

La facilità e la velocità con cui si può scrivere in rete aprendo un proprio blog o semplicemente partecipando ad una discussione in corso all'interno di uno dei social media esistenti può nascondere qualche insidia/trappola che è opportuno conoscere per evitare di compromettere la propria reputazione on line nel lungo periodo.

1. Autoreferenzialita'. Questa trappola è direttamente collegata all'incontrollato desiderio di alcune persone di mostrarsi esperti di un determinato argomento ma invece di attendere che sia la rete a riconoscerglelo finiscono per dichiararselo da soli. C'è addirittura chi non si pone neanche un limite geografico della propria expertise ma punta subito in alto denunciandosi quale massimo esperto di questo o di quell'argomento non solo a livello italiano ma addirittra a livello mondiale.

2. Spamming. Questa è senza dubbio la più diffusa delle trappole ed è legata al desiderio di essere ascoltati dalla rete tanto da postare le proprie opinioni su un argomento con sistematicità ma soprattutto con ridondanza. In realtà la sistematicità o la maggiore frequenza non guasterebbe molto se non fosse accompagnata dalla ridondanza dei contenuti. In altre parole e' sicuramente efficace cercare di postare contributi sempre nuovi ed interessanti ma non commettete mai l'errore di ripostarli più volte addirittura a distanza di pochi giorni. La rete percepirà subito lo spamming e avvertirà la vostra smania di apparire e di essere considerati. E' semplicemente controproducente.

martedì 11 gennaio 2011

Cv ricevuti VS CV utili. Una questione di posizionamento del proprio employer brand

Ho recentemente esplorato, con curiosità, il ranking stilato da A Great Place to Work Institute (http://www3.lastampa.it/speciali-pk/pmi/articolo/lstp/381629/), la società di consulenza internazionale che annualmente propone indagini negli ambienti organizzativi di alcune aziende e che, in base ad alcuni parametri, individua quelle "eccellenti".
Quello che mi ha più colpito non è tanto l'analisi proposta ma il fatto che spesso viene indcato, a fianco delle Best Workplaces (vedi articolo su La Stampa in basso), il numero dei CV ricevuti spontaneamente come ad indicare che una quantità maggiore di cv ricevuti risulti conseguenza diretta dell'essere una realtà "eccellente".
Credo che questa deduzione sia eccessiva e forviante.
Eccessiva perchè non è assolutamente detto che una organizzazione "eccellente", o ritenuta tale in base all'indagine Great Place To Work, riceva più CV rispetto ad una organizzazione non "eccellente" o, comunque, che non rientra tra le best workplaces indicate dalla stessa indagine.
Forviante perchè ricevere più CV non è un fatto positivo almeno secondo uno dei principi dell'employer branding.
In altre parole è la qualità dei CV o meglio il tasso di utilità degli stessi (CV Utili/CV totali) a fornirmi un termometro attendibile sul mio esatto posizionamento sul mercato del lavoro.
Sarebbe pertanto utile conoscere quanti di quei CV ricevuti, dalle aziende "eccellenti" secondo l'indagine GPTW, corrispondano al profilo del proprio candidato target.
Nel caso si dovesse riscontrare una basso tasso di utilità allora questo potrebbe significare un posizionamento del proprio employer brand debole sul mercato del lavoro.
Ma attenzione non sto dicendo che l'azienda perde la sua "eccellenza" ma soltanto che la stessa, molto probabilmente, non sta comunicando, in maniera efficace, la sua identità di azienda "eccellente".

sabato 18 settembre 2010

Employer Branding e Social Media 3° parte. Come monitorare le azioni intraprese

Sono finalmente nel social web. Ho creato la mia pagina Facebook, ho aperto uno spazio su Twitter e anche un gruppo su LinkedIn. Ho anche stabilito cosa scrivere e come farlo avendo definito un vero e proprio piano editoriale che mi permette di controllare i contenuti da pubblicare in ciascuno dei tre canali. Ovviamente dovrò distinguere il tipo di contenuti e la finalità dei post tenendo ben presente che se voglio comunicare con l’obiettivo di avere maggiore interazione con il mio pubblico promuovendo, ad esempio conversazioni su un tema specifico, dovrò necessariamente usare Facebook e/o il mio gruppo di LinkedIn mentre se voglio comunicare con il principale obiettivo di farsi ascoltare allora dovrò usare Twitter stabilendo, di volta in volta, quali post pubblicare. Una volta quindi fatte tutte queste cose… cosa manca ancora?
Sarà necessario controllare l’efficacia di quanto realizzato. Ovviamente avendo stabilito a priori quali obiettivi si vogliono perseguire. Dobbiamo quindi individuare i criteri in base ai quali svolgere al meglio le nostre azioni di monitoraggio.
Ne possiamo indicare 3 come mostrato in un articolo di Todd Raphael.
Livello di awareness e cioè quanti sono e chi sono coloro che mi stanno seguendo o che partecipano alle mie conversazioni?
Con alcuni canali come Facebook e LinkedIn si è in grado di avere statistiche più dettagliate sulla natura e la qualità della propria community permettendo anche di indirizzare meglio eventuali campagne mirate di comunicazione su target predefiniti.
Livello di Influence (employer reputation management) e cioè che cosa stanno dicendo sulla mia azienda?
In questo caso è molto utile andare a scavare più a fondo nei contenuti delle conversazioni intraprese per capire se le opinioni espresse sono negative o positive pere valutarne anche intensità. Oggi è possibile fare questo grazie a semplici ricerche per parole chiave in grado di rintracciare conversazioni o contenuti strettamente legati al proprio nome/brand.
Su Twitter, ad esempio, il microblogging nel quale solitamente il grado di interazione è più ridotto e nel quale è più facile mettersi in una posizione di ascolto, esiste una funzione Search che permette di fare questo tipo di controlli. Su Facebook e su LinkedIn il controllo invece è più semplice perché il coinvolgimento e l’interazione è più forte e più frequente e questo permette di valutare in tempo reale ciò che viene detto sul proprio conto.
Esistono comunque sistemi più sofisticati di analisi semantica che permettono di scavare più a fondo e sull’intero mondo dei social media. L’impegno necessario per questo tipo di attività di monitoraggio è solitamente più ampio ma con risultati assolutamente interessanti. Questo tipo di strumenti sono spesso utilizzati per una maggiore strutturazione dei processi di employer reputation management
Livello di action e cioè che effetti sto avendo sulle mie attività di employer branding? Ed, in particolare, che ritorni sto avendo sulle azioni di recruiting?
E voi state già monitorando le vostre azioni? quali sono i vostri riscontri?

mercoledì 14 luglio 2010

Employer Branding e Social Media 2° parte. Ma cosa bisogna dire nei social media ed in che modo farlo?

Eccoci arrivati alla seconda tappa del nostro viaggio nel mondo dell'employer branding e dei social media.
Partiamo da una delle più frequenti domande che spesso mi vengono rivolte dalle aziende. Quali sono gli argomenti e/o i contenuti da trattare e in che modo devo gestirli?
Proviamo allora a dare delle risposte ma mi piacerebbe sentire anche le vostre esperienze. Potrebbero essere molto utili.

Gli argomenti che dovranno formare l’oggetto principale delle discussioni dovranno, ovviamente, riguardare gli aspetti peculiari della vostra organizzazione. Non c’è opportunità migliore per distinguere la propria EVP da quella dei competitor come quella offerta dai social media.
La natura informale e “conversazionale” della comunicazione nei social media aiuta, ancora di più, ad evidenziare aspetti peculiari della propria organizzazione e, in questo modo, a rafforzare il proprio posizionamento come employer of choice. Tutto ciò, però, richiede impegno e sistematicità nel seguire le conversazioni, nell’aggiornare le proprie pagine aperte nei diversi social media e, da non sottovalutare, nell’ascoltare cosa si dice in rete sulla propria realtà.
In questo processo non bisogna dimenticare che le persone che “abitano” la web community sono particolarmente curiose e interessate a raccogliere quante più informazioni sia possibile ottenere grazie alla velocità ed alla semplicità con cui questo è reso possibile.
Ma non bisogna dimenticare che queste persone amano la verità e vogliono trovare totale trasparenza da parte delle aziende.
E’ evidente Non si sta parlando di una comunicazione istituzionale preconfezionata che viene poi diffusa attraverso i canali tradizionali di comunicazione. Ma, al contrario, di una comunicazione interattiva dove ciò che viene comunicato riceve un feedback immediato dalla community che può essere positivo o negativo ma in ogni caso richiede una reazione, un risposta sincera, trasparente che potrà essere apprezzata o meno ma sarà comunque necessario che venga espressa.
Vediamo allora quali possono essere i contenuti da veicolare nei social media e le modalità con cui farlo. Come detto prima bisogna identificare bene gli aspetti peculiari della vostra organizzazione. Quelli che più vi contraddistinguono e vi differenziano rispetto alle realtà concorrenti.
Molta attenzione, quindi, sugli argomenti da trattare che devono essere in grado di descrivere bene la vostra EVP e, soprattutto, attenzione sul modo con cui questi argomenti vengono veicolati e discussi.
Se la vostra azienda, ad esempio, è leader nella formazione cioè è riconosciuta, dai propri dipendenti, come realtà in grado di sviluppare efficaci programmi formativi interni, allora sarà necessario condividere come hai conquistato questa leadership ovviamente non solo enunciandola ma spiegandola attraverso esempi concreti allo stesso modo come se si stesse raccontando una storia.
Ovviamente la vostra storia, per essere efficace, va raccontata con un linguaggio diverso da quello istituzionale magari usando video, foto in grado di riprodurre situazioni reali in azienda o spaccati di vita professionale ma anche situazioni divertenti come può essere la partecipazione a feste aziendale in cui siano evidenti i momenti di informalità e divertimento o eventi ai quali avete partecipato in grado di trasmettere efficacemente il vostro spirito e la vostra identità aziendale. Per rendere più appealing i vostri racconti usate, video che riproducono
Anche le news possono giocare un ruolo importante nel comunicare la propria employer identity. News e informazioni sulla vostra cultura aziendale, sul vostro settore, sulla vostra community.
Fate parlare di più i vostri dipendenti. Far raccontare le proprie esperienze di vita professionale può avere un impatto comunicazionale molto più potente di una semplice spiegazione di come si lavora in azienda. Non dimenticate che state utilizzando il social web per rafforzare il vostro employer brand.
Cercate di usare un linguaggio comprensibile a chi vi sta ascoltando. Il vostro obiettivo è quello di comunicare con il vostro target.
Il pubblico presente nel social web vuole conoscere le vostre “stranezze”, vuole avere la percezione che sia possibile stabilire con voi una relazione anche di tipo informale senza filtri.
Ancora una volta ribadisco il concetto che è importante essere trasparenti. Attraverso la trasparenza si costruisce quel rapporto di fiducia che consente di continuare il dialogo e di mantenere una relazione sincera che duri nel tempo.
Ma ciò ovviamente non basta per essere efficaci. E’ necessario dare un volto ed un nome a chi si appresta ad aprire il dialogo con la web community. Non è sufficiente comunicare solo attraverso il logo dell’azienda. Ciò renderebbe impersonale la conversazione e poco credibile.
Le persone non voglio entrare in contatto con l’azienda X ma con qualcuno che lavora presso l’azienda X.
La gente vuole entrare in contatto con voi. Vuole parlare con voi. Vuole sapere chi c’è dietro quel logo aziendale.
E’ per questo motivo che oltre al logo dell’azienda devono essere presenti il vostro nome e la vostra foto. Nessuno vuole parlare con un marchio senza un nome e senza un volto.
Quel volto e quel nome dovrà essere inevitabilmente il vostro perché sarete voi ad interagire con il vostro pubblico rispondendo alle loro curiosità, critiche, e a quant’altro possa essere da loro espresso.

Uno degli esempi, secondo me, più efficaci in grado di dimostrare la validità di questa strategia è ciò che sta facendo Kerry Noone, Marketing e Employer Branding Manager in Sodexo USA, nel social web.
Kerry Noone discute e risponde in prima persona sia su Twitter che su Facebook e attraverso il Blog.
Date un’occhiata alle pagine aperte da Sodexo sui principali social media, analizzatene i contenuti ed il linguaggio usato.
Su Twitter, ad esempio, ogni utente ha la possibilità di stabilire un contatto/dialogo diretto con Sodexo/Kerry Noone.
Quindi non solo con marchio ma anche con un nome/persona ed una foto che la ritrae.
Sicuramente un modo di comunicare più trasparente e quindi più efficace. L'utente coinvolto imparerà molto sull’azienda e sulle opportunità professionali grazie al modo con cui Kerry Noone riesce a trasferire l’identità di Sodexo.